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Lo stile di Paola Grizi in linea di massima prende le mosse dal Simbolismo europeo rappresentato in Italia da artisti come Leonardo Bistolfi (1859–1933), ovviamente depurato da tutta l’orpellosa componente retorica, e si arricchisce di alcuni raffinati preziosismi dell’Art Nouveau che vengono però a loro volta sempre stemperati grazie ad una sobrietà esistenzialista di fondo che non concede nulla al decorativismo estetizzante tipico del vecchio movimento novecentesco e tanto meno al decadentismo praticato da molti degli autori di quella corrente artistica.

Per la capacità di trattare la scultura come soggetto ricco di “non-finiti” michelangioleschi le opere di Paola Grizi fanno riferimento al mitico Medardo Rosso: infatti la Grizi ha saputo recepire nella scultura la lezione pittorica impressionista donando agli oggetti tridimensionali la vaporosità materica, anzi immaterica, tipica di quella particolare risposta alla luce del nuovoen-plen-air impressionista.

face salad, 2015

face salad, 2015

Questi sono, per sommi capi, i debiti di Paola Grizi nei confronti del filone figurativo a cui ella sembra appartenere. Ma l’esegesi dello stile delle sue sculture in realtà è molto più complessa di quanto si possa credere ad una lettura rapida delle stesse.

Ora quella componente profondamente naturalistica del Simbolismo e dell’Art Nouveau sopra descritta in realtà cede il passo ad una severa, direi quasi scientifica, adesione ad alcune intuizioni cubiste. Per esempio l’idea di dividere la rappresentazione del viso su due differenti pagine aperte, ponendo naso e bocca su quella sinistra e uno dei due occhi su quella destra, è tipica di Picasso che usa un mezzo bidimensionale come la pittura per fare una rappresentazione quadridimensionale che include lo spazio-tempo significato nella tela appunto dalla scomposizione del volto che viene letto secondo varie prospettive tutte differenti a seconda del teorico passare dei minuti della visione. Allo stesso modo Paola Grizi rappresenta un volto che si costruisce nel tempo. Non basta insomma, per capirci, un solo sguardo per leggere la sua scultura, ma servono letture multiple per ricostruire l’unità e l’identità della percezione dell’opera riprodotta e dei suoi contenuti profondi. Quest’idea della visione che ha le sue radici nella Fisica relativistica di Einstein mutuata dalla conoscenza del Cubismo, in Paola Grizi acquista una dimensione meno fisica e più simbolica per cui diventa la metafora della ricerca umana di una dimensione superiore ed “altra” anche di carattere metafisico.

Una scultura evangelica eppure umanissima

s-composizione

s-composizione, 2015

Il Verbo si fece carne (Gv.) … nella pagina sinistra una narice e una bocca socchiusa compaiono misteriosamente tra le righe di una scrittura volutamente indecifrabile quasi a testimoniare l’ineffabile divino, mentre nella pagina destra si manifesta un occhio chiamato a indagare i misteri del cuore. Ci si chiede allora se le pagine che compongono questo libro siano veramente l’immagine tangibile e poetica di aspetti e fasi della vita dell’uomo e della donna in questo nostro mondo terreno. Ma guardatelo bene questo libro: le pagine sono accartocciate come se il volume fosse stato salvato da un diluvio universale, come se questo volto diviso fosse stato conservato grazie al suo provenire dal verbo. Mi appare come un evidente messaggio di speranza: la forza della parola consiste nel prendere in mano la nostra esistenza che nelle sue singole pagine è spezzata, ma nell’interezza del libro della vita che le comprende è fortemente unitaria. Paola Grizi compie una riflessione profonda sull’io diviso della società contemporanea suggerendo una soluzione salvifica nell’unità profonda costituita dal libro considerato nella sua totalità.

Tante pagine, ma un solo libro, tanti profili ma un solo volto.

Un libro liquido …

volta la pagina, 2015

volta la pagina, 2015

Vi è poi la questione, quasi ossessiva, degli alfabeti: queste righe di testo che affiorano dalle pagine del libro aperto, sfogliato, divelto, squadernato, spaginato, accartocciato, che sembra voler richiamare l’attenzione dello spettatore verso la difficoltà di comprensione della dimensione profonda della cultura che nella società contemporanea costituisce ormai la precondizione dell’essere-dell’uomo-e-della-donna-nel-mondo. Ma al tempo stesso sembra dirci che l’uomo o la donna sono alla mercè delle lettere alfabetiche vaganti per l’etere in forma di messaggi incomprensibili come incomprensibili sono le parole vergate nella terracotta, simulacri di una scrittura in fin dei conti indecifrabile: volti prigionieri di parole solo intraviste, ascoltate nella distanza, frutto dell’eco inconsulto di una stanza senza pareti. Giochi volubili di una società liquida che eccita la fantasia tramite l’accensione di interessi nascosti nei labirinti infiniti della psiche. A leggere bene quest’opera non sappiamo in fin dei conti se si debba intendere come un ritratto nascosto in un libro oppure, viceversa, di un libro che nasconde un ritratto: sottile gioco di rimandi incrociati che crea la sensazione di una realtà ulteriore da scoprire tramite la provocazione dell’artista demiurga. E qui se il debito delle citazioni va al Surrealismo di Salvador Dalì, a quei suoi giochi di deformazione prospettica delle cose in chiave onirica, ossessiva ma anche catartica, in realtà ci troviamo di fronte alla pars construens della poetica di Paola Grizi che riesce a dimenticare per un momento tutte le mille citazioni colte di cui è capace per addomesticare l’arte del passato al sottile gioco di quella del futuro in una promenade liquida priva di confini tra la pagina e l’orecchio che ascolta o l’occhio che legge, come a dire che il flusso stesso delle parole sembra disegnare un ricamo perpetuo capace di incantare chi lo ascolta o lo guarda come era successo ad Ulisse di fronte al canto delle sirene. Ecco che allora queste sculture diventano dei catalizzatori di pensiero: le parole liquefanno e distillano emozioni perenni, provocando stati di alterazione del reale e ci restituiscono un’intima soddisfazione di possesso magico delle cose.

Le sculture di Paola Grizi sono dunque molto più che semplici oggetti: sono al tempo stesso libri tangibili e provocazioni dello sguardo che, insinuando dubbi, alla fine regalano certezze.

Stefano Colonna
ISSN 1127-4883 BTA – Bollettino Telematico dell’Arte, 2 Agosto 2015, n. 781
http://www.bta.it/txt/a0/07/bta00781.html

 


gbThe idea of dividing the representation of the face on two different open pages, placing the nose and mouth on the left and one eye on the right, is typical of Picasso, who on the behalf of two-dimensional paintings makes four-dimensional representation including space and time. In other words, the decomposition of the face can be seen as the possibility to look at different perspectives, depending on the moment of a theoretical vision of the opera.
Similarly, Paola Grizi’s sculpture is a face expressed in different moments, also suggesting a deep reflection on the ego, torn by the modern society…
Many pages, but one book, many profiles but a single face.

Stefano Colonna
Ph.D. Professor of Museology and Art Critics At Rome University “La Sapienza” (Italy)

ISSN 1127-4883 BTA – Bollettino Telematico dell’Arte, 2 Agosto 2015, n. 781
http://www.bta.it/txt/a0/07/bta00781.html

 


improv-viso, 2012

improv-viso, 2012

Una doublure è Improv-viso, terracotta del 2012, appartenente ad un tema che Paola Grizi ha sviluppato in più di un’occasione.

In questa colonna col “ventre” squarciato dall’irruenta emersione di un volto, il gioco della duplicità si risolve tutto nell’ambito del linguaggio, che crea una palese dicotomia con la tramatura vermicolare della superficie cilindrica e il bel volto femminile che s’affaccia dallo squarcio.

La Grizi nella sua produzione alterna opere d’impianto accademico ad opere di epifanie improvvise all’interno di soluzioni più libere e movimentate.

In quest’opera i due filoni del suo fare si ricongiungono, facendo convivere il volto di fattura classica con la declinazione dell’informale dei segni che movimentano il cilindro. Come altre opere con neonati tra mossi panneggi, anche questa va letta come una nascita. Anzi, probabilmente, come una ri-nascita personale, come farebbe pensare il volto femminile, simbolico autoritratto della Grizi, che squarcia la colonna-ventre, come appunto evoca la sua superficie “intestinale”.

Giorgio Di Genova
dal catalogo del XXXIX Premio Sulmona 2012


gb…“a “belly” ripped by the reckless appearance of a face, the duplicity finds its meaning in the language, that creates a clear dichotomy through a vermicular weave of the cylindrical surface and a female face exposed from the gash. In her production, Grizi alternates academic-type pieces and epiphany – type ones resulting in something more lively and free. In this work of art, her two fronts rejoin, making classical workmanship and informal declination coexist, giving movement to the work as a whole. Just like other works representing infants, this one has to be interpreted as a newborn. In fact, it is like a personal rebirth, suggested by the woman’s face, symbolic portrait of the artist Grizi, who rips up the column – belly, to evoke intestinal surface”.

Giorgio Di Genova

from the catalogue of XXXIX Sulmona Price, 2012

 


Ecco la motivazione che ha spinto i curatori della prima Edizione della Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Salerno (2014) a scegliere Paola Grizi.
Spiega Olga Marciano: «Dalle opere di Paola Grizi traspare evidente la sua sensibilità: immensa la poesia e palese il suo amore per la materia, che lavora sapientemente. Le mani di quest’artista svelano e mettono a nudo la sua profonda emotività ed i suoi pensieri consapevoli, attraverso una trasformazione morbida e competente dell’elemento “terra”. La Grizi riesce a coniugare e ad amalgamare, in una stessa opera, uno stile classico e figurativo ad un modo di essere informale, attuale e libera, “cittadina” del presente, transitando sempre attraverso una sottile narrazione, che ci racconta un’antica condizione dell’esistenza ed in particolar modo, dell’essere donna … una donna che apre i suoi “spazi” vitali attraverso gli occhi, gli sguardi e le parole, confidando ed affidando i suoi più intimi segreti a chi saprà leggerli con il cuore, per farne buon uso».

 


earth, 2009

earth, 2009

… in quei volti di donna  che spuntano dai tronchi, in quei corpi avvolti dalla terra, in quei bimbi rannicchiati, vediamo la forza della donna, il suo contatto concreto, materico, con la terra, con la vita, nelle sue manifestazioni; Earth, quella bambina che abbraccia il mondo, ne è l’epitome perfetta.
Questo l’uomo non lo potrà mai possedere, costretto a un pensiero astratto e metaforico. Certo, l’uomo ne ha approfittato, per costruire una società che lo rispecchiasse; ma questa è anche la nostra condanna: non poter avere un contatto diretto e concreto con l’esistenza, e non poter fare a meno della donna, per dare senso alla vita.
Ecco, l’opera di Paola Grizi, non può esimerci dal riflettere sulla condizione umana, e questo è il suo slancio creativo.

 

Angelo Ariemma
Centro di Documentazione Europea, Roma

 

 

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